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S. Ambrogio: Padre della Chiesa e anche “esperto” di arte medica

Sant’Ambrogio, come tutti i grandi spiriti veramente umili e disinteressati, non amava parlare di sé. Attento, intuitivo e generoso nel confortare gli altri, non mendicava consolazioni a proprio vantaggio. Perciò delle sue malattie e dei suoi acciacchi, che pure erano frequenti, non ha lasciato trapelare nelle sue opere che rare, brevi, fortuite notizie. Sappiamo che aveva una voce debole, che si arrochiva presto parlando: sappiamo che fu costretto a letto ripetutamente; che una volta per sopravvivere ha dovuto mutare aria; qualche medico moderno ha creduto di poter identificare nella poliartrite cronica aggravata da complicanze cardiache, la malattia che lo trasse al sepolcro non ancora sessantenne.
Sant’Ambrogio  mostra di conoscere i medici e le reazioni dei malati. Afferma che il buon chirurgo non deve lasciarsi arrestare dalle lacrime e dai gemiti del malato, ma deve resecare e bruciare fin dove lo esige il pericolo dell’infezione generale; tuttavia, dove è possibile, gli raccomanda di usare moderazione e soprattutto soavità di modi, perché il malato ha diritto di non soffrire più del necessario.
Non ignora quello che avveniva ai suoi tempi e ce lo confida non senza un velo di pena: che i ricchi potevano consultare i grandi maestri della medicina, i professori famosi e da loro farsi curare; i poveri invece dovevano contentarsi di infermieri assistenti e anche di umili guaritori.

Quanto poi alle reazioni psicologiche dei malati, sant’Ambrogio le espone con fine intuito e con un sorriso di comprensione e finezza.
Egli nota che in genere gli uomini sono solleciti della salute del corpo più di quella dell’anima. Conosce i salutisti che per troppa paura di ammalarsi trascurano anche il bene spirituale; mentre sanno accettare tutte le minuziose e penose prescrizioni mediche, non sanno imporsi un minimo sacrificio per la loro anima. Conosce uomini che per le malattie del corpo sono solleciti a invocare il medico, per le malattie dell’anima non pensano mai a quel divino medico che di sé ha detto: «Non sono venuto per i sani ma per gli ammalati». Conosce infine che la gente pone anzitutto la sua fiducia nelle cure e nei farmaci, e solo quando non bastano più si ricorda anche di Dio. Così è sconvolto l’ordine: e Colui che è primo viene cercato per ultimo.
Affinato dall’esperienza personale della malattia e dall’intuizione psicologica del sofferente, egli sapeva essere di una tenerezza e di una dedizione materna verso gli ammalati. Nel discorso funebre per il fratello Satiro, rievoca con accenti strazianti le affettuose cure che gli prestava nell’agonia, mentre avrebbe preferito morire al suo posto! E un anno prima della propria morte egli s’interessa della tosse del nipotino di un amico: se lo fa venire in casa perché fosse curato meglio, gli somministra medicine e cibo e con tanta affettuosità che Faustino lo crede un medico.
Ma mentre la sua attenzione pietosa è rivolta alla carne che soffre, sant’Ambrogio non cessa di pensare al destino eterno dello spirito che in quel corpo malato alberga; mentre circonda di stima la provvida opera del medico e di chi assiste l’ammalato, egli non cessa mai di pensare al divino medico dei corpi e delle anime: al Signore Gesù, e d’invitarci ad invocarlo perché tutti siamo malati, forse nel corpo, ma certo nell’anima. E noi lo invochiamo con le commosse parole del messale che se non sono di sant’Ambrogio, ne hanno tutto il gusto e il fervore:


«Considera, Signore, l’umana fragilità;
cerca in noi le ferite, che tu già ci curasti:
quanto più a userai pietà, sempre più grande ti apparirà
[il nostro bisogno]
che ne abbiamo bisogno ancora.
Stendi verso di noi Te ne supplichiamo, le tue mediche
    [mani]
guarisci ciò che è malato rinfranca, ciò che è scosso
conserva, mediante una ferma fede, ciò che è sano».

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