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Area Pastorale

AMANTI E DIFENSORI DELLA VITA: Il mistero della vita fragile

Secondo Hannah Arendt, grande filosofa del secolo scorso, ciò che l’uomo moderno proprio non può sopportare non è tanto il suo destino mortale, bensì il fatto di essere nato. «Essere nati» significa infatti che nessuno di noi controlla, padroneggia la sua origine; e questo è insopportabile per l’uomo moderno, abituato a reggere le briglia della propria vita e a disporre liberamente di sé. E invece l’«inizio di me» è qualcosa che io non ho scelto, ma mi è stato dato. È accaduto, per così dire, a mia insaputa, e senza che io l’abbia voluto. Questo ritrovarsi disarcionato, nella guida della propria vita, proprio nel momento aurorale della vita stessa, rappresenta per l’uomo moderno – sempre secondo la Arendt – una ferita inguaribile, uno sfregio insanabile assestato al mito della sua autonomia e indipendenza. L’uomo controlla tanto della sua vita, forse addirittura tutto (grazie in particolare alle risorse della scienza e della tecnica, che ne hanno accresciuto a dismisura la potenza), ma il fatto di essere venuto al mondo è, per lui, fuori controllo.

Quello che potrebbe a prima vista sembrare una iattura, una condanna (un essere «gettati nel mondo» a nostra insaputa), custodisce in realtà, come scrigno prezioso, la nostra verità più profonda: tutta la vita è un dono, un regalo ricevuto, un evento che sempre ci anticipa e ci sorprende (proprio nel senso che ci «prende da sopra»). Massimamente nel suo istante iniziale, ma, se ben riflettiamo, anche nel suo successivo dipanarsi, la vita non smarrisce mai questo tratto di realtà donata. Gli eventi che ci capitano, gli incontri che facciamo, le relazioni che intrecciamo, sempre «accadono», ci sono «dati».
Certo, sta a noi poi rispondere, accogliere o rifiutare, accondiscendere o girare al largo, ma sempre a partire da qualcosa che preventivamente ci è stato dato. La nostra libertà non è mai un inizio assoluto (questa semmai è la libertà di Dio, non la nostra), ma possiede una struttura essenzialmente responsoriale, «vocazionale»: è una libertà suscitata, destata dalla vita che accade, e accadendo anticipa, e anticipando ci chiama appunto a rispondere.
Così avviene dei nostri genitori (non li abbiamo scelti), di molte qualità caratteriali e temperamentali (che riceviamo in dote), della persona di cui improvvisamente ci innamoriamo, e che forse un giorno sposeremo.
Paradossalmente anche la malattia, il limite, la fragilità possono essere viste come un «dono». Infatti sono tutte realtà che ci vengono date, che accadono.
Precisiamo «paradossalmente», perché, a tutta prima, non sarà facile scoprire una positività, una grazia, nell’evento della malattia o della disabilità. Anzi, tutto sembrerebbe parlare il linguaggio della negatività, della dis-grazia. E invece anche nella malattia può nascondersi una grazia insospettata. Celata, sofferta, drammatica, ma una grazia. La malattia può ricondurci a un senso più vero di noi stessi, può farci riscoprire i valori veri della vita, il profumo dell’amicizia e il balsamo della solidarietà fraterna. Può aiutarci anche a ritrovare il rapporto con Dio. Ovviamente tutto questo è niente affatto scontato: la malattia può produrre anche solitudine, scoraggiamento, desolazione, occultamento allo sguardo e alla presenza degli altri (ci vergogniamo di essere malati), crisi di fede e bestemmia, anche. Comunque sia, riscrivendo la mappa emozionale, valoriale e relazionale della nostra vita, la malattia rappresenta comunque un nuovo inizio, la possibilità di un percorso di umanità.
In fondo, però, la malattia non fa che portare al suo acme quella che è una condizione generale e globale che avvolge tutto il nostro esistere: ossia la dimensione della fragilità e del limite. L’uomo è creatura. Fragile. Limitato. Ma questo limite non è solo un vulnus. Nel suo sottrarre qualcosa rispetto alla pienezza (peraltro impossibile per l’uomo), il limite perimetra anzitutto una positività, una promessa e un’occasione di vita. Il limite non circoscrive solo una mancanza, ma è come la cornice che cinge e delimita la positività e la bellezza del quadro, e diventa quindi un ponte e un aggancio verso la positività della vita. Certo, occorre che l’uomo fragile e limitato non si chiuda in sé stesso, ma si spalanchi alla relazione. Si lasci anzitutto amare, proprio nel suo bisogno, che diventa invocazione di cura e di accudimento (come tipicamente accade nel pianto del bambino appena nato, che è appunto richiesta di quella vicinanza materna che egli percepisce per un attimo di aver perso, uscendo dalle viscere materne che lo custodivano). E diventi a suo volta dono e amore, pur nella fragilità e nella limitatezza della sua condizione di partenza. Se l’uomo limitato e fragile si raggomitola su se stesso – quasi a piangersi addosso, oppure a preservare e difendere quel brandello di positività di cui è portatore – l’esito sarà fallimentare, anzi mortifero: il chicco di frumento, deposto nel terreno, se decide di chiudersi e pensare solo a sé stesso, rimane solo e muore. Se invece si apre nel dono di sé («marcisce»), pur essendo solo un minuscolo chicco di frumento, «porta molto frutto».

 

don Angelo Riva

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